Agosto: la parola del mese “Benessere”


 

LA PAROLA DEL MESE

BENESSERE

di Donato De Silvestri

Qual è la prima cosa che ci viene in mente pensando alla parola benessere?
Nel linguaggio comune il benestante è identificato come una persona che possiede buona disponibilità economica e che può permettersi un tenore di vita superiore a quello dei più. Non si intende però il riccone, quello dello yacht in Costa Smeralda, ma piuttosto chi non ha il pensiero di far quadrare i conti a fine mese, chi si può permettere un viaggio od una vacanza senza doverci pensare sopra a lungo, chi può entrare in un negozio e comperarsi la cosa che ha visto in vetrina senza dover rinunciare ad altro. Una volta lo si identificava con l’appartenente alla classe media, intesa come piccola borghesia: ora con classe media si intende sempre più spesso chi si limita ad essere giusto sopra la soglia di povertà. Molto usata in economia e in contesto sociologico è poi la parola welfare, letteralmente passarsela bene, andare bene, ma che assume il significato più ampio di garanzia di alcune prestazioni essenziali come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e la formazione, la previdenza sociale o il poter contare su paracadute sociali quali l’indennità di disoccupazione, ma anche la possibilità di accedere a tutta una serie di risorse culturali, o ancora l’insieme dei dispositivi che una società civile mette a disposizione per tutelare le fasce di cittadini più deboli come l’infanzia e l’anzianità. Nel 2008 è stato licenziato il decreto l’81, che ha, tra le altre cose, proprio la finalità di tutelare il benessere di tutti i lavoratori. L’art. 2 identifica la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o di infermità e l’art. 3 si sofferma dettagliatamente sulle azioni da svolgere per prevenire e gestire lo stress, il quale è definito come uno stato, che comporta disturbi e disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale e crea effetti sugli individui che si ritengono incapaci di far fronte autonomamente alle difficoltà. Il decreto fa anche un esplicito riferimento allo stress-lavoro correlato, identificato come un malessere causato da diversi fattori come il contenuto del lavoro, l’eventuale inadeguatezza della sua gestione/organizzazione e del suo ambiente, carenze nella comunicazione, etc.(art.3). La teoria dello stress infatti può essere un valido aiuto per ragionare sul benessere. In estrema sintesi vi si dice che quando siamo sottoposti ad una situazione di difficoltà, qualunque essa sia, che esula dalla normale gestione della quotidianità, la cui soglia ovviamente varia in modo strettamente soggettivo, possiamo avere due tipi di conseguenza: o soccombiamo incapaci di uscirne e subentra una situazione di avvilimento e frustrazione definita distress, o invece riusciamo a vincere la partita e proviamo un particolare senso di felicità, ossia in cosiddetto eustress.
Ma la felicità cos’è?
Eccone alcune possibili letture:
Uno stato di sostanziale ingenuità e inconsapevolezza: Bimbo mi chiedi cos’è la felicità? Rimani bimbo e lo vedrai… (J. Morrison).
La capacità di trarre il meglio da ciò che si ha: Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno (K. Gibran); Felice colui che riconosce in tempo che i suoi desideri non vanno d’accordo con le sue disponibilità (Goethe); Felicità non è avere tutto ciò che si desidera, ma desiderare ciò che si ha (O. Wilde).
Il benessere economico: Dicono che il denaro non faccia la felicità, ma se devo piangere preferisco farlo sul sedile posteriore di una Rolls Royce piuttosto che su quello di una carrozza del metrò (M. Monroe).
La salute: Ho deciso di essere felice perché fa bene alla mia salute. (Voltaire). La salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente (Schopenhauer). La mattina quando vi alzate, fate un sorriso al vostro cuore, al vostro stomaco, ai vostri polmoni, al vostro fegato. Dopo tutto, molto dipende da loro (Thich Nhat Hanh)
Il superamento del malessere: Chi desidera vedere l’arcobaleno, deve imparare ad amare la pioggia. (P. Coelho). Le nostre ferite sono spesso le aperture alla parte migliore e più bella di noi. (D. Richo)
L’amore: La felicità è amore, nient’altro. Felice è chi sa amare. Amore è ogni moto della nostra anima in cui essa senta se stessa e percepisca la propria vita. Felice è dunque chi è capace di amare molto. Ma amare e desiderare non è la stessa cosa. L’amore è il desiderio divenuto saggezza, l’amore non vuole possedere: vuole soltanto amare. (H. Hesse).
Il sorriso: È sorridere che rende felici. (E.E. Schmitt).
Che bella questa immagine del sorriso. Dovremmo imparare a farlo di più perché non c’è una soglia ideale al di sotto della quale ci si debba ritenere infelici e viceversa. Le persone che sorridono innescano dei processi di benessere che si diffondono come il sasso lanciato nello stagno e producono ondate di benessere. Mi viene in mente quando da bambino a casa guardavamo alla Tv padre Mariano: salutava e sorrideva in quel certo modo, bonario e schietto, e tutti stavamo meglio.
Ma mi viene in mente anche un’altra immagine di benessere, ossia il tambasiare raccontato da Camilleri, ossia il mettersi a girellare di stanza in stanza senza uno scopo preciso, magari occupandosi di cose futili. Significa, dice Camilleri, svegliarsi la mattina, non lavarsi, rimanere in ciabatte, dopodiché girettare per casa, facendo cose fondamentali come equilibrare esattamente un quadro alla parte, oppure guardare una cartolina, non leggerla e rimetterla a posto. Il tambasiare siciliano è come il papariarsi napoletano che Eduardo de Filippo, in Le voci di dentro, descrive così: “Mi piace quando la mattina mi sveglio, ho un po’ di tempo, e mi posso papariare per la casa, fare con comodo tutte quelle piccole cose che uno ha sempre rimandato, mo tengo nu poco di tempo, sciocchezze, per esempio questo quadro mi piacerebbe più sull’altra parete, questo tappeto nell’altra stanza”. E’ il benessere del piacere di lasciarsi cullare dalla tranquillità, dal sentirsi conciliati con se stessi. Penso anche alla quiete benestante della prima strofa di una lirica di Ossi di Seppia di Montale: Meriggiare pallido e assorto, presso un rovente muro d’orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi, schiocchi di merli, frusci di serpi. Ma anche il ciondolare lentamente nei boschi o in riva al mare, o mia nonna appisolata in poltrona che accarezza il gatto acciambellato sulle sue ginocchia, o quando mi capita di sognare ad occhi aperti, lasciando che il pensiero mi porti in un’altra vita.
Ho provato inutilmente a trovare l’equivalente di tambasiare e papariare nel nostro linguaggio del nord. Sbrinzolare (bighellonare) è altro, sta per andare a zonzo senza meta, ma richiama un’immagine colpevole di assenza di attività.
L’idea dell’andare a zonzo senza meta mi riporta invece alla felicità della Compagnia cantata a suo tempo da Lucio Battisti e più recentemente da Vasco Rossi:
Mi sono alzato
mi son vestito
e sono uscito solo, solo per la strada
Ho camminato a lungo senza meta
finché ho sentito cantare in un bar.
Canzoni e fumo
ed allegria
io ti ringrazio sconosciuta compagnia.
Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore.
Ma so che sento più caldo il mio cuor
Felicità.
Ti ho persa ieri ed oggi ti ritrovo già .
Tristezza va: una canzone il tuo posto prenderà
.
Basta poco, ma forse non è così poco, per trovare o ritrovare il benessere: una canzone e una compagnia, quella di chi ti sa ascoltare e ti sa regalare un sorriso.